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Atlantide perduta - da “Le straordinarie avventure di Capitan Feendoos” di Elemiro Feendoos

 

Atlantide perduta

da “Le straordinarie avventure di Capitan Feendoos”
di Elemiro Feendoos

 

Ogni singolo istante vissuto in quei giorni è rimasto scolpito nella mia memoria come un’iscrizione latina nella pietra. Non era tanto il viaggio in sé a essere pericoloso, quanto l’insieme delle responsabilità per la missione da compiere, il rischio, sì, ma soprattutto l’incanto di visitare una terra così carica di storia, di leggenda, di bellezza, il cui solo ricordo ancora mi fa accapponare la pelle e, nel contempo, inumidire gli occhi. 
Avevo ricevuto l’incarico, da parte di Matteo, patron dell’Ortofrutta Cavaliere, di procurare della frutta mai vista. Il suo intento era di stupire e conquistare una donna, tale Felicia,  offrendole doni che, sicuro dell’effetto dei suoi occhi penetranti e dei suoi boccoli quasi biondi che avevano infranto più cuori femminili di una borsa di Gucci, gli avrebbe dato garanzia di successo. Sebbene io non abbia mai avuto bisogno di simili espedienti per conquistare un  amore, maschile o femminile che fosse, sono sempre stato così sensibile alle faccende di cuore che non seppi dirgli di no. Senza contare che la sua bottega di frutta era sempre aperta alle mie fameliche scorribande in cui  razziavo, senza nulla dare in cambio, le sue cassette di percoche, persiche  e uva moscata, piuttosto che di fichi d’India o di mele annurche.

Armai un’imbarcazione snella, con la quale solcavo abitualmente il  Mediterraneo, e presi il mare in direzione di Atlantide, isola di cui si favoleggiava molto di più di quanto non la si conoscesse veramente. Non eravamo in molti, insieme a me,  Capitano Elemiro Feendoos, ad aver osato attraccare nei suoi porti e, sebbene i commerci con le altre popolazioni romane, greche ed egizie fossero fiorenti, era tutto nelle mani di pochi ardimentosi. 
La popolazione di Atlantide non era molto ospitale, è vero -  e quanto sto per raccontarvi vi farà capire quanto avessero ragione!  - ma la pessima reputazione era dovuta soprattutto a una piccola tribù di selvaggi, rifugiatisi fra le sue più impervie montagne, ad aver esteso a  tutti i suoi abitanti la fama immeritata di efferata quanto gratuita crudeltà. La tribù era composta da un manipolo di svizzeri sfuggiti chissà come alla meritata galera, rozzi quanto ignoranti, crudeli quanto insaziabili. Fu questo a indurmi alla sconsiderata scelta di portare con me uno svizzero, tale Guglielmo Smidt, soprannominato Bankomatt, per tentare di ragionare con i selvaggi. Il mio problema era che il frutto migliore, il famoso bananyon che avevo assaggiato in una precedente visita all’isola, si trovava proprio nei territori appannaggio degli elvetici.   Sbarcati sull’isola col mio fedele equipaggio, agguerrito quanto fidato – se si esclude il già citato Smidt – fummo accolti nel palazzo reale con le più grandi manifestazioni di affetto. Alcuni anni prima avevo salvato la vita al re e avevo anche reso felice la regina per altre ragioni di cui taccio perché sono, come ormai saprete, un gentiluomo riservato. L’accoglienza fu tale che impiegammo quasi una settimana per smaltire i bagordi durati due giorni in cui i regnanti non ci fecero mancare nulla. Il palazzo reale, nel suo splendido color ocra, visibile a decine di miglia di distanza posto com’era su un’altura, dai tetti dipinti di oro – non color oro, ma oro vero – circondato di statue raffiguranti eroi e dei in pose memorabili, di piante altissime e dalle varietà mai più apparse sulla faccia della terra, lasciava senza fiato anche me che lo avevo ormai visto molte volte. Fummo condotti a visitare i suoi interni: l’immenso salone adibito ai ricevimenti e alle feste, in cui gozzovigliammo senza ritegno per i primi due giorni, con una piscina centrale sotto una tettoia di vetro colorato che lasciava penetrare la luce ma non il calore, circondata di tavoli imbanditi di ogni ben di Dio; le camere da letto del re e della regina, col suo letto galleggiante su una piscina di più modeste dimensioni rispetto alla prima;  le stanze dove si producevano e si conservavano vino, olio e dove si immagazzinava il grano, venivano stipate le spezie fatte venire dai paesi più remoti; il giardino coperto dove ci si riparava dal fresco dell’inverno ma anche dal calore insopportabile dell’estate atlantidea; le pitture, i trompe l’oeil che adornavano le pareti e ogni singola stanza del palazzo fu a noi svelata e raccontata dai cortesissimi ospiti.

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Elemiro Feendoos

Blog: capitanfeendoos.blogspot.it

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