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Lo straordinario popolo dei Katzy - da “Le straordinarie avventure di Capitan Feendoos” di Elemiro Feendoos

 

Lo straordinario popolo dei Katzy

da “Le straordinarie avventure di Capitan Feendoos”
di Elemiro Feendoos

 

Era una giornata afosa del 1893 quando, per un’insolita navigazione nel Mar Caspio – è capitato anche a me, seppur di rado, di fare il marinaio d’acqua dolce – ci imbattemmo nel meraviglioso popolo dei Katzy. Se la memoria non m’inganna, stavamo attraversando il Caspio per recarci sulle sue sponde orientali alla ricerca di petti di pollo impanati, che voci diffuse davano per certe in un grosso giacimento. Lasciata la Good Luck, nome quanto mai inadatto a trasportare marinai superstiziosi - ma voi ormai sapete quanto mi sia sempre fatto beffe della malasorte - ci addentrammo nella fitta vegetazione. La notte ci colse ancora in viaggio, e ci accampammo, con il sottofondo di urli di lupi e orsi.

Questi mesi di fermo, invece, avevano reso nervosi gli animi, pesanti le imbarcazioni, che necessitavano di carenatura a causa del troppo tempo trascorso  in acqua ferme e fatto allontanare nel tempo l’idea dello scontro. Insomma, si era alla stagnazione totale. Io mi trovavo nei paraggi per una missione piuttosto delicata e che aveva sempre creato apprensione nel mio pur valoroso equipaggio: la raccolta delle seppie panate e fritte Feendoos sui fondali dell’Adriatico.

Il giorno successivo, camminammo ancora a lungo senza trovare assolutamente nulla. Incominciavo a dubitare che il mio infallibile senso dell’orientamento mi avesse abbandonato quando, sbucando da un bosco ancora più fitto, ci ritrovammo di fronte una vallata non segnata sulle mappe. Al centro della vallata, un grosso villaggio, quasi una città, dall’aspetto ben curato, seppure povero, colpì la nostra vista. Ripiegai le mappe, evidentemente inutili o non abbastanza aggiornate, e ci avviammo con una certa cautela verso il misterioso centro abitato. Era composto per lo più di capanne. Frotte di bambini correvano per le strade, rumorosi come i loro coetanei di qualunque altro posto del mondo. Le strade erano di terra battuta, ben curate, con delle cunette che ne seguivano il percorso. Tutto il villaggio dava una grande sensazione di ordine, ma sarebbe più corretto dire di armonia, nella sua semplicità. Alcuni abitanti ci vennero incontro sorridenti, anche se era evidente una certa prudenza nei loro passi. Prudenza che usai anch’io, dopo aver imposto il silenzio ai miei uomini, destreggiandomi come potevo usando le lingue che conoscevo e che pensai potessero essere più simili alle loro: l’armeno e il persiano. Stranamente, quando provai a dire qualche parola di arabo, si guardarono interrogativi l’un l’altro. Ripiegai, quindi, con maggior successo, sulle due lingue succitate, grazie alle quali riuscii a scoprire molto su quel popolo affascinante. Seppi così di trovarmi in Katzystan, abitato dai Katzy. Erano completamente digiuni della storia così come noi la conoscevamo, e dovetti presumere che, per qualche misteriosa ragione, fossero rimasti fuori dai percorsi della storia occidentale, ignorati da tutti, da Alessandro Magno in poi. Ciò spiegava come mai non conoscessero l’arabo, invece diffuso nelle regioni circostanti.

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Elemiro Feendoos

Blog: capitanfeendoos.blogspot.it

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