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Ladro di Paturnie - di Cristiana Grassi

 

Ladro di Paturnie

di Cristiana Grassi

 

“Sapete quei giorni in cui vi prendono le paturnie?”
“Cioè, la melanconia?”
“No.” disse lentamente. “La melanconia viene perché si diventa grassi, o perché piove da troppo.
Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non
si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che
cosa. Avete mai provato nulla di simile?”
dal testo e film omonimo “Colazione da Tiffany” di Truman Capote

Scosta i capelli dalla fronte.
La sigaretta brucia tra le dita.
Trema tutto il corpo.
E non solo per il freddo penetrante.
É una maledettissima notte di fine novembre quando cerca di guardarlo negli occhi.
Ma quali iridi.
Alcuno sguardo.
Solo immagini proiettate attraverso pensieri confusi.
Avverte il calore della sua buona mano sulla spalla.
Come ogni giorno.
Ogni ora.
Ogni istante.
La non presenza le pesa come un macigno sull’anima.

E vorrebbe ritrovare il velluto del suo sguardo ma la nebbia cancella le intenzioni.
La psiche rannicchiata cerca una radice la cui linfa possa nutrire la memoria.
“Non temere ci sarò sempre, al tuo fianco.”
E lui gli pare ancora lì.
Come pietra scolpita nelle viscere.
Luce soffusa in un’esistenza di marosi.
Appoggiata al muro abraso del bar quasi deserto, soffoca i perché.
Come i singhiozzi.
Incolla il corpo al ruvido cemento in segno di resa.
Picchietta la punta della scarpa facendo perno alla parete col tacco sottile.
Si stringe ancora di più nel suo smilzo cappotto arpionando entrambe i gomiti con mani sottili.
Non riesce a cessare il tremolio che la avvolge.
Da troppo tempo delle attorcigliate lamiere hanno annullato l’unione di due respiri.
Dello stesso colore.
Blu.
Blu come la musica di Stanley Clarke.
Blu come l’eleganza e la prima confidenza di un braccio attorno al fianco.
Blu come l’auto che serbava le notti di baci dal sapore di sigarette e carezze infinite.
Blu come un paradiso che da ormai troppo tempo creava le distanze.
Mai più dita intrecciate.
La melodia di un sax risuona tutti i giorni nella sua anima.
Lontane le canzoni che scaldavano le ore di tenerezza.
Quelle che vi regalavate in silenzio allungando sguardi nello stesso punto di cielo.
Eppure c’è qualcosa…
C’è la sua presenza ovunque.
Da sempre.
Lei respira ovunque il suo odore.

Sente le spalle calde di un abbraccio discreto.
Successe all’ingresso di un locale dove suonavano jazz.
Tra colleghi, in certe circostanze, é bello ritrovarsi dopo ore di dovere.     
Loro erano presenti.
Anime leggere, un cocktail in mano e la voglia di scoprirsi diversi.
Il desiderio di rivelare l’inconfessato.
Glielo disse con la semplicità che disegnava il suo essere eterno ragazzo.
Lei, smarrita, lo ascoltò, sorrise e gli regalò tutto l’amore che sapeva dare.
Da subito.
La vita vissuta era un’altra storia.
Non ne era scalfita.
Scioglierà ogni nodo con rassicurante delicatezza.
Senza domandarsi nulla.
Erano veri.
Esistevano.
E basta.
Potevano contare sui loro respiri - se ne fosse stato necessario -.
Camminare a piedi nudi sui vetri senza avvertire dolore.
Loro, si appartenevano.
Allungavano le loro ombre nei pomeriggi assolati lungo il fiume.
Incollavano i corpi contro i muri di un bar di periferia.
Ma erano meravigliosamente vivi.
Vivi di un’intimità fatta di carezze nelle notti che sarebbero state colme di solitudine.
Di contatti dalla consistenza di piuma.
Di riccioli scostati da fronti madide di sudore.
Unione allacciata da leggeri, carnali profumi.
Nessuna pretesa se non quella di esserci sempre e comunque.
Nel bene e nel male.
Nella vita come nella morte.
Ma una notte il tradimento.
Una telefonata senza risposta.
E il tormento di un uomo che galleggia nello stomaco senza pace.
Non le sarebbe costato nulla schiacciare il tasto accetta e parlargli.
Forse non era in sé.
Probabilmente era una notte insonne.
Ma le due del mattino non avevano scuse per poterlo raggiungere.
Il quotidiano, il giorno seguente, le vomitò la cruda verità.
Una curva.
Un tronco d’albero secolare.
Lo schianto.
Le lastre metalliche appallottolate ultimo scomodo giaciglio.
Ciò, era quello che rimaneva di un timido sorriso.

Blu come il cielo che inghiotte i sogni.
Blu come il tuo naso contro il mio.
Blu come il calore di pelli lontane.
Blu come i suoi occhi chiusi.
Blu come la sua presenza ancora viva nel corpo di chi, il blu, lo può vivere ma non lo crede più.

 

 

Cristiana Grassi

profilo Twitter: @CrissyGrassi

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